Segnalato
da FMFPC in data : 26-03-2004 Fonte della news: Telethon Titolo:
SORDITÀ
EREDITARIA: UN GENE TIRA L’ALTRO
L’Istituto Telethon di Genetica e Medicina di Napoli fa ancora una
volta centro con la scoperta di un altro gene coinvolto nella perdita
dell’udito
Il quadro dei protagonisti e dei meccanismi molecolari responsabili
della sordità
ereditaria si fa sempre più completo grazie alla ricerca Telethon.
Viene infatti da un gruppo di ricercatori del TIGEM
(Istituto Telethon di Genetica e Medicina) coordinato da Paolo
Gasparini, genetista della Seconda Università degli Studi di Napoli,
la scoperta di un altro gene responsabile della sordità ereditaria. Lo
stesso team di scienziati il cui impegno, da tempo volto alla comprensione
dei meccanismi della perdita di udito, ha portato negli ultimi anni alla
scoperta di 5 geni legati alla patologia che colpisce un individuo ogni
1500 nati.
Il gene questa volta si chiama MYH14 o miosina 2c ed è
localizzato sul cromosoma
7 in una regione identificata come responsabile di alcune forme di sordità
ad eredità cosiddetta dominante,
la modalità di trasmissione per cui in un individuo basta che una sola
copia del gene sia alterata perché si manifesti la malattia. La miosina
2c appartiene ad una famiglia di geni produttori delle miosine, proteine
fondamentali per il corretto funzionamento dell’orecchio e quindi del
sistema uditivo. In particolare, le miosine fanno sì che le onde sonore
vengano captate dalle cellule dell’orecchio e trasformate in suono vero
e proprio: quindi se le miosine non funzionano il nostro sistema uditivo
non è più in grado di farci avvertire i suoni.
Attraverso l’analisi genetica di circa 300 pazienti provenienti da
diverse nazioni europee, i ricercatori del TIGEM hanno potuto identificare
alcune mutazioni nel gene della miosina 2c che ne impediscono il normale
funzionamento causando sordità. La scoperta, realizzata grazie ai
finanziamenti di Telethon ed anche dell’Istituto Banco di Napoli,
sarà pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica American Journal
of Human Genetics*.
“I risultati ottenuti indicano che il gene della miosina 2c è
sicuramente uno dei più importanti dal punto di vista epidemiologico e
fanno intravedere nuove prospettive nello studio dei meccanismi
patogenetici responsabili della perdita dell’udito” ha commentato
Gasparini.
Dunque questa scoperta, insieme a tutti i dati fino ad ora raccolti sulla
sordità ereditaria e sempre targati Telethon, evidenzia il ruolo
fondamentale svolto dalle miosine nella funzione uditiva e induce gli
scienziati a ritenere che questi geni possano divenire bersaglio di nuove
opzioni diagnostiche e terapeutiche.
* American Journal of Human Genetics Vol. 74, nr. 4, Aprile 2004
– “Nonmuscle Myosin Heavy-Chain Gene MYH14 Is Expressed in Cochleaand
Mutated in Patients Affected by Autosomal Dominant Hearing Impairment
(DFNA4)” – F. Donaudy; R. Snoeckx; M. Pfister; H.P.Zenner; N.Blin; M.
Di Stazio; A. Ferrara; C. Zanzara; R. Ficarella; F. Declau; C. M. Pusch;
P. Nu¨rnberg; S. Melchionda; L. Zelante;E. Ballana; X. Estivill; G.Van
Camp; P. Gasparini;A. Savoia
Roma, 23/03/2004
( URL:
http://www.telethon.it/comunicazione/dettaglio_news.asp?id=713
)
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Segnalato
da FMFPC in data : 13-02-2004 Fonte della news: Telethon Titolo:
IDENTIFICATO
UN GENE CHE INDUCE LA FORMAZIONE DI NUOVO TESSUTO OSSEO
L’importante scoperta è firmata da un giovane ricercatore Telethon
Si chiama Lim Mineralization Protein 3 (LMP-3) ed è in grado di indurre la formazione di tessuto osseo. Questa la scoperta di
Enrico Pola, giovane dottorando dell’Università Cattolica di Roma che, grazie ad un finanziamento
Telethon, ha potuto svolgere un periodo di formazione nel laboratorio del professor
Paul Robbins all’Università di Pittsburgh. Lo studio, in pubblicazione su
Gene Therapy (già disponibile on-line sul sito della prestigiosa rivista), dimostra come il gene LMP-3 sia in grado di stimolare tipi cellulari diversi (osteoblasti, fibroblasti e cellule mesenchimali) a produrre fattori di crescita specifici per l’osso, inducendo quindi la formazione di matrice mineralizzata.
Negli ultimi anni numerose ricerche si sono concentrate sulla possibilità di mettere a punto tecniche e metodiche sempre più raffinate e meno invasive per trattare le patologie reumatiche e alcune patologie congenite dell’osso senza dover ricorrere all’intervento chirurgico. In questo filone di ricerca si collocano anche la terapia genica e l’ingegneria tissutale che rappresentano nuovissime frontiere della scienza il cui obiettivo è cercare di utilizzare un gene o il suo prodotto proteico a fini terapeutici. Studi recenti hanno mostrato che la terapia genica, usando fattori di crescita dell’osso, come le
Bone Morphogenetic Proteins (BMP), può portare ad una più rapida guarigione delle fratture e in modo assai meno invasivo rispetto alle tecniche tradizionali.
In questo caso il gene LMP-3 è stato iniettato all’interno di cellule in coltura, cioè isolate dall’organismo e mantenute vitali. Questo gene è un fattore di trascrizione, cioè una proteina capace di guidare la produzione di altre proteine, e una volta all’interno delle cellule attiva la produzione di fattori di crescita specifici del tessuto osseo che, rilasciati all’esterno delle cellule, stimolano quest’ultime a differenziarsi in cellule dell’osso. In una seconda fase del lavoro LMP-3 è stato iniettato nel muscolo tricipite del topo e, dopo tre settimane dall’inoculazione, si è ottenuta formazione di tessuto osseo in modo più efficace rispetto alla semplice somministrazione di altri singoli fattori di crescita.
“Si tratta della scoperta di un potente osteo-induttore – ha commentato Enrico Pola – che potrebbe trovare numerose applicazioni nella patologie congenite dell’osso, in particolare nell’osteogenesi imperfetta, ma anche nell’osteoporosi e in tutte le condizioni cliniche ove sia necessaria formazione di nuovo tessuto osseo, come per esempio nelle fratture vertebrali e nei fallimenti di protesi d’anca”.
Questa scoperta, resa possibile grazie agli “investimenti” di
Telethon su giovani e promettenti ricercatori italiani, rappresenta uno
dei primi tentativi riusciti di terapia genica in ambito ortopedico e apre
la strada ad una nuova linea di ricerca di grande interesse.
Roma, 11/2/2004
( URL: http://www.telethon.it/comunicazione/dettaglio_news.asp?id=703
)
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Segnalato
da FMFPC in data : 22-01-2004 Fonte della news: Telethon Titolo:
ECCO
COME LAVORANO I MECCANICI DELLA CELLULA
Una ricerca di due scienziati Telethon fa maggiore chiarezza sui
meccanismi alla base di malattie genetiche dovute alla mancata riparazione
dei danni al DNA Grazie
al contributo di Telethon oggi si conosce meglio come i “meccanici”
della cellula (le proteine)
riparano i guasti della “macchina” (il DNA)
e come interagiscono con le “sentinelle” che ne controllano
l’integrità.
La ricerca è stata pubblicata su EMBO Journal* e viene dal
laboratorio di Marco Muzi-Falconi e Paolo Plevani del
Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie dell’Università
degli Studi di Milano, dove i ricercatori studiano i meccanismi
molecolari alla base di malattie genetiche dovute a difetti di riparazione
del DNA.
Al lavoro ha collaborato anche Maria Pia Longhese, titolare di un
progetto Telethon presso il Dipartimento di Biotecnologie e Bioscienze
dell’Università di Milano Bicocca, su altre proteine
coinvolte nella risposta cellulare di riparazione di lesioni al DNA.
Normalmente una cellula sana è in grado di aggiustare i continui e
quotidiani danni al DNA
provocati da fattori come raggi solari, sostanze chimiche presenti nella
dieta e nell’ambiente, e perfino il metabolismo cellulare, grazie ad
alcune proteine
e a punti di controllo - le sentinelle - chiamati appunto “checkpoint”.
Insieme tali sistemi, come in un’“officina di riparazione”,
sorvegliano l’integrità del genoma, riconoscono le lesioni e attivano
sistemi di riparazione, tentando di limitare e neutralizzare i danni al DNA.
Ci sono situazioni, però, in cui le “officine di riparazione” del DNA
non funzionano in modo corretto e le lesioni restano. Nel caso di alcune
malattie genetiche rare, come lo xeroderma pigmentosum (XP), la sindrome
di Cockayne (CS) e la tricotiodistrofia, scarseggiano i
meccanici. Il difetto genetico alla base delle 3 malattie risiede nel
cosiddetto NER - per Nucleotide Excision Repair - uno dei sistemi di
controllo dell’integrità del DNA
e di correzione del danno da raggi UV. Si tratta di un gruppo di proteine
nel nucleo
della cellula, che, munite di forbici, ago e filo, riconosce la lesione,
taglia la zona colpita e la sostituisce con la sequenza
corretta di DNA.
Se invece sono le sentinelle a mancare, ne consegue l’atassia
telangiectasia (AT), caratterizzata da perdita di coordinazione dei
movimenti (atassia), degenerazione del cervelletto, difetti immunitari e
predisposizione a sviluppo di tumori.
Grazie alla genetica applicata alle cellule di lievito, l’organismo
modello che, oltre a far lievitare il pane e fermentare la birra,
riproduce quanto succede nella cellula umana, i ricercatori hanno
stabilito come le proteine
NER interagiscono con le “sentinelle” dei checkpoint. Il gruppo di
ricerca dell’Università di Milano ha anche dimostrato che il difetto
genetico alla base dello xeroderma pigmentosum, oltre ad annullare la
riparazione del DNA,
impedisce alla cellula di attivare i checkpoint in presenza di danni al DNA
causati dai raggi ultravioletti (UV) della luce del sole. Per questo i
bambini affetti vanno incontro a lesioni e gravi tumori alla pelle e ad
altri organi e sono anche chiamati i “bambini della luna” perché
possono uscire solo al calar della sera, quando i raggi del sole sono meno
pericolosi.
Al contrario, alterazioni nei geni che determinano l’insorgenza della
sindrome di Cockayne, consentono una normale attivazione dei checkpoint e
la malattia si “limita” a fenomeni d’invecchiamento precoce e
sensibilità ai raggi del sole senza, di solito, lo sviluppo di tumori.
Queste osservazioni potrebbero spiegare la diversa predisposizione
all’insorgenza di tumori osservata nelle due malattie.
La tricotiodistrofia è dovuta alla carenza di proteine
ricche di zolfo, e associa al particolare aspetto dei capelli (tricotiodistrofia)
sensibilità alla luce, ritardo mentale, bassa fertilità e nanismo.
Commenta Muzi-Falconi: “Il passo successivo sarà quello di estendere
e verificare queste osservazioni alle cellule umane, caratterizzando i
difetti molecolari di cellule di pazienti XP, CS e AT, in cui mancano
appunto i meccanici capaci di riparare i danni al DNA.
Questo permetterà di conoscere le basi molecolari e la diversa
predisposizione all’insorgenza dei tumori delle sindromi genetiche
citate”.
*Giannattasio M et al., EMBO J 2004
Roma, 22/1/2004
( URL: http://www.telethon.it/comunicazione/dettaglio_news.asp?id=697
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Segnalato
da FMFPC in data : 07-01-2004 Fonte della news: italiasalute.it Titolo:
Policitemia vera: Meno rischi di trombosi con aspirina
L'Aspirina è efficace e
sicura contro il rischio trombosi nei pazienti con policitemia vera.
Somministrata a basse dosi, l’aspirina riduce significativamente il
rischio di trombosi in pazienti affetti da policitemia vera, una malattia
proliferativa cronica caratterizzata da un progressivo aumento dei globuli
rossi e causata dall’alterato funzionamento delle cellule staminali del
midollo emopoietico. Questi i risultati dello studio pubblicato oggi sul
“New England Medical Journal” da un gruppo internazionale di
ricercatori coordinati da Raffaele Landolfi, professore ordinario di
Medicina interna dell’Università Cattolica di Roma. La trombosi (la
formazione di un coagulo nei vasi sanguigni) ostacola la circolazione e può
essere causa di infarto, ictus, trombosi venosa o embolia polmonare. Tutte
queste complicazioni, abbastanza frequenti nella policitemia vera, si
riducono notevolmente con l’uso di aspirina.
La sperimentazione di cure efficaci contro la trombosi in patologie
particolari come la policitemia, rappresenta, oltre che un importante
vantaggio per i pazienti affetti da quelle patologie, anche una modalità
per comprendere meglio cosa può causare o prevenire efficacemente i vari
tipi di trombosi nella popolazione generale e nei soggetti con determinate
caratteristiche. Lo studio, ideato all’interno dell’Università
Cattolica, si è avvalso per la parte epidemiologica, ed organizzativa del
contributo fondamentale del Consorzio Mario Negri Sud.
“Questi risultati - ha affermato il prof. Raffaele Landolfi - indicano
un alto rapporto beneficio/rischio dell’impiego dell’aspirina in
pazienti affetti da policitemia vera, dimostrando che il suo utilizzo non
ha alcuna controindicazione associato alla terapia citotossica specifica
per la malattia”.
In pazienti policitemici già in trattamento con la terapia citoriduttiva
standard (l’obiettivo di questa terapia è quello di abbassare il numero
di globuli rossi) l’aggiunta di basse dosi di aspirina (100 mg die)
riduce in maniera importante il rischio di morte per cause
cardiovascolari, di infarto, di ictus, di embolia polmonare e di trombosi
venosa.
L’uso di aspirina nella policitemia vera è stato per molti anni
accuratamente evitato per il timore di emorragie gastrointestinali mentre
questo studio ha dimostrato che anche i pazienti policitemici tollerano
molto bene basse dosi di aspirina.
La policitemia vera è una patologia causata da un alterato funzionamento
delle cellule staminali del midollo che causano una sovrapproduzione di
tutte e tre le linee cellulari del sangue - globuli bianchi, rossi e
piastrine - come lo stesso nome etimologicamente indica (policitemia
significa infatti “più sangue”). È una patologia relativamente rara
che colpisce più frequentemente gli uomini rispetto alle donne,
tipicamente nella fascia di età compresa fra i 40 e gli 80 anni, sebbene
possa insorgere anche in soggetti più giovani. La policitemia vera
progredisce lentamente e la maggior parte dei pazienti non registra i
sintomi della malattia per alcuni anni.
Le persone affette da policitemia vera sono soggette a un aumento del
rischio di trombosi sia arteriose (ictus o attacchi cardiaci) sia venose.
Alcuni pazienti sono soggetti a sanguinamenti causati dalle anomalie
piastriniche proprie della patologia, ma la principale causa di morte è
la trombosi. L’obiettivo della terapia, sia essa costituita da salassi
periodici o da somministrazione di chemioterapici, è di ridurre
l’elevata viscosità del sangue, e prevenire la trombosi.
Coordinato dal prof. Landolfi, ECLAP (European Collaboration of Low Dose
Aspirin in Polycythemia Vera) è uno studio multicentrico randomizzato in
doppio cieco, condotto in 12 nazioni europee, che ha arruolato 518
soggetti con un follow-up di tre anni. Il 60% del campione arruolato è
costituito da uomini, con una media di età di 61 anni.
“L’aspirina in questo studio - ha detto il prof. Landolfi - ha
dimostrato di poter ridurre la mortalità cardiovascolare, gli ictus e le
trombosi venose di oltre il 50%: un’efficacia sorprendente, superiore a
quella che questo farmaco ha dimostrato in altre condizioni”.
La trombosi è un processo patologico multifattoriale, “che può
riconoscere diverse cause predisponenti - ha spiegato il prof. Landolfi -
per questa ragione le strategie terapeutiche possono essere diverse da
caso a caso. Il senso di concentrare l’attenzione su patologie
particolari come la policitemia vera ha una duplice valenza per la scienza
medica: da un lato mettere a punto strategie terapeutiche efficaci per le
singole patologie, dall’altro raccogliere ulteriori informazioni sui
diversi meccanismi che possono causare la trombosi nelle varie
situazioni”.
In questo studio europeo i ricercatori italiani hanno avuto un ruolo
trainante: “tutti i dati - ha concluso il prof. Landolfi - sono stati
raccolti e analizzati dal Consorzio Mario Negri Sud, la maggior parte dei
pazienti sono stati reclutati dai centri ematologici italiani coordinati
dal prof. Tiziano Barbui (Ospedali Riuniti Bergamo) e fondamentali sono
state le conoscenze farmacologiche del prof. Carlo Patrono (Università La
Sapienza di Roma), da sempre sostenitore della piena efficacia
antitrombotica delle basse dosi di aspirina”.
( URL: http://www.italiasalute.it/NewsH.asp?ID=5373 )
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